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Il cammino di Ciro, dalle case popolari a re della pizza

La sua ricetta: onestà, passione e coraggio

"Devo tutto a mio padre"

Nel suo regno “Pizza Madre” lavora una squadra affiatata di dodici persone, con un aiuto speciale, quello della mamma. “Questa è una famiglia e i nostri dipendenti si devono sentire come a casa”. Per realizzare la sua piccola impresa a Brescia, Ciro Di Maio si è portato dietro sacchi di farina e il ricordo sofferto dell’infanzia. Ma soprattutto gli insegnamenti del padre, luce di un cammino partito dal nulla, le case popolari di Frattamaggiore, 32 anni fa.

Il ragazzo è cresciuto povero, strappato dai vicoli senza uscita della malavita di Napoli e provincia e oggi è un bravissimo chef, stimato e apprezzato per le sue ricette, di tendenza o antiche, mentre l’ingegnosità stimola continui aggiornamenti ed evoluzioni che si riconoscono nel suo interesse anche per corsi sulla birra e sul caffè.

L’infanzia è stata una lezione di vita, da spendere anche per gli altri e lui in tempi cosi difficili aiuta giovani meno fortunati. “Arrivano tante madri con i figli persi anche nella droga e ci chiedono una seconda opportunità per loro e cerchiamo di aiutare con un tirocinio. Facciamo formazione, stanno qui con noi e cerchiamo poi di inserirli in altre aziende che passano da noi e cercano dipendenti, attraverso le nostre conoscenze di pizzerie e ristoranti. Noi possiamo garantire un percorso formativo in cucina, vitto e alloggio”.
A Brescia è diventato il re della pizza “con le orecchie” ma arrivarci, che fatica. Gli studi all’Alberghiero sono stati l’accademia mai completata, quando è arrivata la prima chiamata Ciro non poteva rifiutarla. E’ partito per il nord con 350 euro in tasca, dono della sorella. Accanto a lui, sempre l’ombra del padre. Un uomo risucchiato dalla cattiva strada ma che da quel mondo perduto lo ha protetto e quando è uscito dal cerchio della criminalità si è donato totalmente, alla chiesa innanzitutto. Riscattarsi aiutando i giovani a non commettere i suoi errori, è stata la sua nuova e definitiva missione.
“Come se volesse punirsi – racconta Ciro – mio padre ha iniziato a fare solo del bene, l’illuminazione dove c’era il buio, l’area verde dove c’era l’abbandono, ha perfino costruito una cappella insieme ai ragazzi difficili delle case popolari di via Rossini, a Frattamaggiore e aiutato a fare la comunione i bambini chi non se lo potevano permettere. Tanti grazie a lui sono andati in colonia, anche i figli dei camorristi”.

Sette anni fa il papà è morto per un tumore, mentre immaginava di scrivere un libro sulla sua vita.
“Quando ci fu il periodo dei pidocchi comprò un rasoio e tagliò i capelli a tutti i ragazzini delle case popolari e io ancora oggi li porto a zero per mantenere questo ricordo. Salvò dalla droga un suo amico che un giorno dal carcere mi inviò una lettera: “Tuo padre aveva ragione – scrisse – ascolta sempre i consigli suoi, io per non averli ascoltati mi trovo qui”.

I valori ereditati hanno permesso a Ciro poco alla volta di andare avanti, rilevare un locale dove era solo un piccolo socio e farlo decollare con gli ingredienti della passione e dell’onestà. Oggi i calciatori del Brescia sono suoi clienti e l’ambiente sano e familiare che lo chef è riuscito a creare riesce a intercettare anche il disagio giovanile. E se la crisi morde e colpisce anche beni di prima necessità come pasta e pane, Ciro tira fuori la sua ultima ricetta: la solidarietà.

“Il pane è il simbolo della fame del nostro Paese, non si può restare indifferenti, così la mia piccola impresa in questo periodo difficile ha deciso di sfornare qualche chilo in più di pane al giorno per alcune famiglie bisognose della città, grazie a un parroco amico lo portiamo in chiesa e lì può essere dato in totale anonimato, senza nessun imbarazzo per chi va a ritirarlo. Non amo il mondo ecclesiale ma ricordo con gratitudine le suore di Madre Teresa di Calcutta che mi aiutarono quando ero un bambino povero, quel ricordo mi spinge a cercare figure religiose che fanno del bene”.
Ferruccio Fabrizio